Il primo luglio, dopo 493 giorni, in Italia le aziende più grandi torneranno a licenziare. Il blocco che dura dal 23 febbraio 2020 verrà meno per la manifattura e l’edilizia e per tutti quei settori dotati di ammortizzatori ordinari e straordinari. Il traguardo – deciso in pandemia per proteggere il lavoro e i lavoratori – è stato spostato più volte. L’ultima dal governo Draghi nel primo decreto Sostegni di marzo. Un tentativo di allungarlo ancora al 28 agosto c’era pure stato nel decreto Sostegni bis. Ma il premier Mario Draghi, dopo le proteste di Confindustria, ha cancellato la norma.
Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, torna a chiedere la proroga fino ad ottobre del blocco dei licenziamenti anche per impedire che si alimenti ulteriormente la tensione sociale. E poi a proporre di condividere i progetti e gli investimenti finanziati dall’Europa proprio per cambiare «quel modello di sviluppo basato sugli interessi del mercato e del profitto e non del lavoro».
Partito unico di centrodestra, incontro Berlusconi-Salvini
Si arrabbia con chi lo descrive come una sorta di burattino nelle mani della famiglia e dell’azienda che vorrebbero affidare Forza Italia a Salvini per risparmiare soldi ed energie: «Sono notizie assolutamente inventate». Poi, collegato con la manifestazione azzurra «Italia, ci siamo», Silvio Berlusconi assicura di stare «meglio», di essere in campo e volerci rimanere «nonostante quello che mi è successo in questi anni», rilancia la sua idea di partito unico del centrodestra, che veda assieme dal 2023, quando si voterà per le Politiche, da Fdl alla Lega ai centristi.
E a sera incontra ad Arcore Salvini, per fare il punto: da fonti leghiste assicurano che si è convenuto sull’esigenza di una sempre più stretta collaborazione tra Lega e FI. «L’obiettivo — spiegano — è rendere ancora più efficace l’azione comune in Parlamento. Passi avanti nella definizione della federazione auspicata da Salvini e, di conseguenza, lungo la strada del partito unitario che Berlusconi immagina per il 2023». Ma la Meloni per ora lascia cadere l’invito.
Primarie PD, bene Roma e Bologna
Lo stato maggiore del Pd può tirare un sospiro di sollievo: a Roma e a Bologna non c’è stato il flop delle primarie come a Torino. Nella Capitale votano in 45 mila, nel capoluogo dell’Emilia-Romagna in 27 mila. E in entrambe le città il risultato è quello auspicato: a Roma vince Roberto Gualtieri, e a Bologna Matteo Lepore batte Isabella Conti 59,5 contro 40,5. E così Enrico Letta a sera, anche se nella Capitale partono le contestazioni sui numeri dei partecipanti al voto, può dire: «Bene! La prima scommessa è vinta. Le primarie a Roma e Bologna sono un successo di popolo. La vittoria di Lepore e Gualtieri dimostra che abbiamo avuto ragione a non avere paura di farle perché il popolo di centrosinistra è con noi. Avanti!».
Ma uno dei competitor di Gualtieri, Giovanni Caudo, il candidato sponsorizzato da Ignazio Marino, contesta la cifra raggiunta in extremis in serata: «Saranno al massimo 37 mila. Chiedo il riconteggio delle schede».










