«Se tutto va in base ai piani, i primi pagamenti presumibilmente arriveranno a luglio», e la seconda tranche «a fine anno, ma dipende dal raggiungimento degli obiettivi». Così il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, parla a proposito della tempistica del Recovery plan. Lo fa durante l’audizione alle commissioni affari economici e bilancio del Parlamento europeo. L’obiettivo di Bruxelles è, insomma, procedere rapidamente con l’esame definitivo per l’approvazione dei piani nazionali di ripresa e di resilienza, necessari ad accedere alle risorse del Recovery, tanto che le prime proposte di via libera dovrebbero arrivare a partire dalla seconda settimana di giugno.

Un calendario che il governo Draghi tiene d’occhio poiché, se tutto procede come previsto, l’Italia riceverà già a luglio 24 miliardi di euro, ossia il 13% dei complessivi 191 miliardi, indicati nel piano trasmesso a Bruxelles. La crescita in Italia sfonderà il tetto psicologico del 4% o almeno ci si avvicinerà moltissimo. Sarà questo uno degli elementi principali delle previsioni di primavera formulate dalla Commissione europea. I dati definitivi e ufficiali verranno resi noti domani proprio nel corso della riunione collegiale. Il punto principale dell’analisi di Bruxelles ruota intorno agli effetti benefici del Recovery Plan che nelle precedenti previsioni non era stato calcolato.

Immigrazione: i numeri fanno paura

Intanto ad agitare le acque della politica, ci pensa ancora una volta il tema “immigrazione”. Nei rapporti che la nostra intelligence fornisce in modo costante al presidente del Consiglio lo scenario non è per niente rassicurante: attualmente in Libia ci sarebbero almeno 900 mila migranti, provenienti da altri Paesi africani. Di questi fra 50 mila e 70 mila sarebbero già sulla fascia costiera, pronti per finire nella rete dei trafficanti. Se i numeri fanno paura, anche in vista dell’estate, tolgono il sonno al nostro governo anche ulteriori dettagli forniti dall’Aise: scafisti e trafficanti libici dopo quasi due anni di fermo per la guerra civile, stanno riorganizzandosi, in modo più strutturato del passato, con molti agganci e zone opache all’interno del nuovo governo libico.

II profilo di alcuni personaggi noti ai nostri Servizi, conduce sempre allo stesso schema: nuovi e vecchi trafficanti sono disposti a trattare con chiunque, servizi di intelligence, diplomatici, militari, ma solo se debitamente pagati. E anche in questo quadro di allarme che per oggi, o al massimo per domani, lo stesso Mario Draghi ha convocato una sorta di cabina di regia con i ministri che hanno la competenza sul dossier: Luciana Lamorgese, che ieri ha chiamato la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, Luigi Di Maio, ministro degli Esteri. Al presidente del Consiglio Draghi «porteremo i modelli degli altri Paesi europei, l’Italia faccia come la Grecia, la Spagna, la Francia. Bisogna controllare le frontiere, non possiamo sostenere gli sbarchi», ha detto ieri il leader della Lega Matteo Salvini, aggiungendo: «Non possiamo invitare i turisti da mezzo mondo su un’isola che ogni giorno vede migliaia di sbarchi. Non è serio».

Riforma della giustizia o salta tutto il Recovery

Poi c’è la Riforma della giustizia. La ministra Marta Cartabia ha ribadito l’indispensabile pre-condizione ieri, in riunione con i capigruppo della maggioranza in commissione alla Camera, per il ddl sul processo penale. Si parte soprattutto dalle modifiche su appello e prescrizione. Invitando tutti i partiti «a non considerarsi avversari, ma compagni di strada», e richiamando il lavoro della commissione che ha lavorato in via Arenula in questi mesi, Cartabia punta tutto su un netto snellimento.

Ma la strada non è in discesa: «Ci sono criticità» hanno fatto sapere subito i 5Stelle. Sul fronte dell’appello: il pm non potrà appellare né le sentenze di assoluzione né quelle di condanna, ma può ovviamente ricorrere in Cassazione (se la suprema Corte annulla, si torna poi in appello). E la stretta non esclude la difesa: visto che l’imputato potrà ricorrere solo per una lunga serie di motivi previsti dalla legge. Ma da via Arenula si tiene a sottolineare che in questo modo «non si vuole limitare la difesa, ma introdurre principi di maggior rigore per contestare la condanna di primo grado». Sul fronte della prescrizione, sono due le proposte. La prima indica la sospensione della prescrizione dopo la condanna in primo grado, con ripresa se l’appello non si conclude in 2 anni; l’altra, la prescrizione processuale che si interrompe con l’esercizio dell’azione penale. Se il processo dura più di 4 anni in primo grado, 3 in appello e 2 in Cassazione, interviene l’improcedibilità.