Il presidente Usa Joe Biden tende ufficialmente la mano all’Europa sulla campagna vaccinale. Ieri, durante il consiglio europeo degli Stati membri, è intervenuto anche il presidente americano. Non accadeva dal mandato di Obama. In America le vaccinazioni stanno letteralmente volando. Sono stati investiti dieci miliardi di dollari e si punta a 200 milioni di dosi iniettate entro i primi 100 giorni di governo. E quando l’immunizzazione degli americani sarà ben avviata Biden – così ha promesso – offrirà aiuti concreti.

L’intervento di ieri al Consiglio, però, non sembra aver prodotto cambiamenti operativi immediati. Durante la prima conferenza stampa alla Casa Bianca, poco prima della conversazione con i leader dei 27 paesi dell’Unione, il presidente ha annunciato due iniziative interne. La prima è appunto lo stanziamento da dieci miliardi di dollari per accelerare le vaccinazioni, facendole arrivare a minoranze e gruppi sociali più emarginati. La seconda è il raddoppio del suo obiettivo per le immunizzazioni, che salgono dai 100 milioni in cento giorni garantiti all’inizio del mandato, ai 200 milioni di adesso.

Biden ha approfittato del momento con l’Europa anche per costruire un fronte anti-Cina. Nel Consiglio europeo ha detto che «Usa e Ue devono essere uniti nella difesa dei valori condivisi per fronteggiare regimi autoritari, su temi come i diritti umani e la cyber sicurezza». Agli europei ha rivolto lo stesso appello indirizzato il 12 marzo scorso a Giappone, India e Australia: le democrazie costringano la Cina a rispondere di tutte le violazioni del diritto, che sia a Hong Kong o a Taiwan. Allo stesso tempo Biden vuole ristabilire un rapporto economico e commerciale «organico» con l’Unione europea, prima ancora che con il Regno Unito.

Gli Usa hanno in mente un piano preciso: immunizzare i propri cittadini e poi donare il “surplus” agli altri. La buona notizia è che la campagna di vaccinazione negli Stati Uniti sta accelerando. E dato che la deadline per vaccinare 200 milioni di americani è stata anticipata al 30 aprile, anche il momento “surplus” arriverà prima per l’Europa.

Non sono state tutte rose e fiori ieri durante il summit. Il premier Mario Draghi ha fatto sentire ancora la sua voce sui vaccini e soprattutto sulle case farmaceutiche inadempienti. Per Draghi l’Ue non deve restare inerme: «I cittadini europei — ha detto — hanno la sensazione di essere stati ingannati da alcune case farmaceutiche». In conferenza stampa la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha chiarito che «AstraZeneca deve prima di tutto recuperare» sulle dosi concordate con l’Ue «e onorare il contratto con gli Stati membri prima di poter impegnarsi di nuovo nell’esportazione di vaccini».  II capo del governo ripercorre i tratti salienti della vicenda dei vaccini AstraZeneca, quasi 30 milioni di dosi, ritrovati nello stabilimento della Catalent, ad Anagni. Chiede direttamente alla von der Leyen se ritenga «giusto o meno che una tale quantità non debba restare dentro i confini dell’Unione europea». La risposta appare univoca, affermativa, la presidente della Commissione promette che così sarà, che non usciranno dalla Ue, anche se la rassicurazione contrasta con le dichiarazioni dell’azienda stessa, secondo la quale più di 10 milioni di dosi sono destinate al Paesi più vulnerabili, appartenenti al circuito degli aiuti Covax, cui anche l’Italia contribuisce finanziariamente. I numeri sui vaccini li ha mostrati von der Leyen nel suo intervento: le attese per il secondo trimestre sono di 360 milioni di dosi, di cui 200 milioni da PfizerBioNTech, 70 milioni rispetto ai 180 promessi da AstraZeneca, 35 milioni da Moderna e 55 milioni da Johnson&Johnson.

Nel corso della discussione all’Eurosummit Draghi, ha enfatizzato l’importanza di creare un titolo comune europeo. «Lo so che la strada è lunga, ma dobbiamo cominciare a incamminarci. È un obiettivo di lungo periodo, ma è importante avere un impegno politico», ha detto il premier, insistendo sulla priorità assoluta di non commettere errori durante la ripresa economica: «Dobbiamo disegnare una cornice per la politica fiscale che sia in grado di portarci fuori dalla crisi».