Un vertice di maggioranza con Mario Draghi ha dato ieri il via libera al decreto legge Sostegni che arriverà domani in Consiglio dei ministri. Confermato lo stralcio delle vecchie cartelle inevase relative al periodo 2000-2015, con tetto fermo (almeno per ora) a 5mila euro. Gli aiuti alle attività che hanno subìto una perdita di fatturato superiore al 33% saranno organizzati in cinque fasce: indennizzi al 10% per le attività che fatturano tra 5 e 10 milioni.

La prescrizione delle cartelle esattoriali però non piace ai sindacati. Critici i leader delle tre principali sigle sindacali. «E’ il momento di combattere l’evasione fiscale anche con le tecnologie digitali e di avviare la riforma fiscale. Non di mascherati condoni fiscali», lamentano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, nella nota in cui chiedono un incontro al premier Mario Draghi, per un confronto di merito su temi come il piano vaccinazioni, le misure del dl Sostegni, la lotta all’evasione fiscale, il Recovery plan e la gestione delle crisi industriali. Le priorità dei sindacati restano l’occupazione e la salvaguardia dei posti di lavoro, tanto da ribadirne l’urgenza al presidente del Consiglio. «Serve confermare nel decreto Sostegni le risorse necessarie per proteggere tutte le forme di lavoro e prorogare il blocco dei licenziamenti finché non siamo fuori dalla fase di emergenza e di avviare la riforma degli ammortizzatori sociali», viene sottolineato.

Intanto nel Pd e nel M5S non si placano le grane. Il nuovo segretario dem Enrico Letta ha dovuto gestire da subito la questione spinosa della corsa al Campidoglio. Letta ha detto a Roberto Gualtieri: «Calma, niente fughe in avanti. Sul candidato al Campidoglio il Pd decide ad aprile». E Gualtieri ha risposto a Letta che chi ha fatto uscire quell’indiscrezione, ovvero che lui, ex ministro dell’Economia, era pronto a correre – sfidando Virginia Raggi, la sindaca uscente, e Carlo Calenda – non gli aveva fatto un favore. Un’ora di colloquio al Nazareno alla fine del quale Letta ha “congelato” la candidatura di Gualtieri. Al nuovo “capo” non è per niente piaciuto che la candidatura di Gualtieri sia stata fatta senza prima parlargliene e senza prima avviare un confronto interno al partito. Soprattutto visto il momento delicato: le dimissioni di Nicola Zingaretti, le polemiche sullo ius soli, che pare essere la bandiera portante del Pd in un momento in cui, chiaramente, gli italiani hanno problemi molto più grandi. Insomma, forzare la mano anche sul “caso Roma” con un tempismo così chirurgicamente preciso, è stato visto come un tentativo per abbattere la leadership di Letta, ancor prima di iniziare.

Ieri intanto, al primo passaggio formale da segretario, Enrico Letta ha nominato i due vice al Nazareno – un uomo e una donna, ma è lei la vicaria, come mai era accaduto – tenendo fede alle promesse della vigilia: «Non userò il bilancino delle correnti». Si tratta di Irene Tinagli e Peppe Provenzano.

Nel Movimento 5 Stelle, invece, l’incontro tra Vito Crimi, Giuseppe Conte e gli avvocati «non ha portato a significativi passi avanti», secondo i quotidiani. Sul tavolo rimangono diversi problemi da sbrogliare: in primis il nodo della trattativa con Rousseau. La matassa da sbrogliare non è così semplice e anche l’idea di una nuova piattaforma «competitiva» con quella attuale presenta secondo alcuni «costi superiori al milione di euro». Il ragionamento che è arrivato ai 5 Stelle è chiaro: «Senza saldo del debito non ci saranno votazioni, perché creano ulteriore debito». Detto in altre parole: senza la consultazione della base, non sarà possibile modificare lo statuto ed eleggere il nuovo leader. E proprio Conte – sostengono i bene informati – avrebbe ribadito la necessità di percorsi chiari. In sostanza l’ex premier non vuole avere responsabilità politiche finché non è stabilito nero su bianco il suo ruolo e il suo margine di azione.