È record storico del debito pubblico italiano che, dopo i lockdown e le diverse restrizioni, ha raggiunto a gennaio quota 2.603 miliardi di euro, 33,9 in più di fine 2020. In media sono ben 43.646 euro per abitante neonati compresi, o «quasi 100 mila euro a famiglia» come segnala l’Unione nazionale dei Consumatori. È l’effetto del Covid che fa volare il deficit e affonda le entrate, anche per effetto dei molti pagamenti che sono stati ridotti o fatti slittare. L’emergenza spiega tante cose, se non tutto, ma è evidente che alla fine dell’emergenza – come ci ha ricordato di nuovo ieri l’Eurogruppo – la questione del debito andrà affrontata.
Secondo le stime del Centro studi di Unimpresa il «buco» prodotto l’anno passato dalla pandemia ammonta a oltre 101 miliardi di euro: 28 di minori entrate e 73 di maggiori spese. A causa delle restrizioni decise dal governo per far fronte all’emergenza sanitaria il gettito fiscale è calato del 6%, passando da 460 a 432 miliardi; mentre le uscite sono passate da 552 a 626 miliardi (+13,3%). Rispetto al 2019 lo sbilancio dei conti è praticamente raddoppiato passando da 92 a 193 miliardi. A fine 2020 il debito pubblico italiano ha toccato quota 2.569 miliardi, crescendo in media di 13, 2 miliardi al mese, con un ritmo 5 volte maggiore rispetto all’anno prima (quando l’incremento era stato pari a 2, 4 miliardi al mese). Lo stock complessivo è salito di 159,3 miliardi (+6, 61%) rispetto ai 2.409,9 miliardi del 2019, quando il debito era cresciuto di «soli» 29,5 miliardi (+1, 24%) rispetto ai 2.380,3 miliardi del 2018, anno in cui lo stock era cresciuto di «appena» 51,6 miliardi (+2, 22%).
A gennaio, in base ai dati comunicati ieri da Bankitalia, l’asticella del debito è salita ancora, soprattutto per effetto dell’aumento da 32,6 a 75,1 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro.
Analizzando gli andamenti del 2020, secondo Unimpresa, i mesi di aprile, maggio e giugno sono stati i mesi più duri per quanto riguarda le entrate tributarie, con riduzioni rispettivamente del 20%, del 27% e del 19% su base annua, mentre i maggiori esborsi si sono registrati a giugno, settembre e novembre con incrementi che rispetto al 2019 erano pari al 100%, al 57% e al 41%. È vero che per tutto il 2022 il patto di stabilità resterà ancora sospeso e che la Bce continuerà ad acquistare i titoli di Stato, ma è altrettanto evidente che l’Italia farà sempre più fatica a gestire un debito che viaggia attorno al 160% del Pil.
Rapporto S&P Global Ratings: ripresa dell’occupazione in Europa sarà rapida
La ripresa dell’occupazione in Europa dovrebbe essere più rapida che dopo la crisi finanziaria globale, perché la perdita di posti di lavoro nel 2020 non era collegata a squilibri economici e le competenze dei lavoratori che hanno perso il posto sono meno specifiche rispetto a quelle di coloro che lo hanno perso nel 2008-2009. Lo scrive in un
Rapporto S&P Global Ratings secondo il quale “i regimi di lavoro a breve termine e i ritardi nelle dichiarazioni di fallimento in Europa hanno attenuato l’impatto della pandemia sul mercato del lavoro”.
La perdita di posti di lavoro a causa del Covid 19 – ha affermato Marion Amiot, economista senior di S&P Global Ratings nel Rapporto pubblicato oggi – non era molto specifica per le competenze e dovrebbe essere più facile da riempire una volta che la domanda tornerà”. I cambiamenti strutturali in corso con questa crisi hanno effettivamente visto alcuni settori aumentare la loro forza lavoro. Informazioni e telecomunicazioni, servizi pubblici, immobili e finanza hanno tutti impiegato più lavoratori nel terzo trimestre 2020 rispetto all’anno precedente”. I settori che hanno perso più lavoro sono quelli del turismo e del commercio e i lavoratori che hanno perso il posto sono quelli meno qualificati.
“Le pressioni inflazionistiche – aggiunge – sono destinate a rimanere molto al di sotto dell’obiettivo” vicino, ma inferiore al 2% “delle banche centrali europee nei prossimi tre anni”










