Sostenuto da deputati e senatori del Pd, del M5S e di LeU, a Conte mancano ancora diversi voti per arrivare ad una maggioranza, anche solo relativa. Mancano i voti e si cercano disperatamente tra le fila dell’ala più centrista del parlamento. Ci troviamo di fronte ad una crisi politica che in parte era già esistente ma adesso è pienamente scoppiata: iI presidente del Consiglio sta cercando di rinnovare e rafforzare il governo che lui presiede da oltre tre anni e che è più volte mutato nella sostanza. Attualmente Conte è sostenuto dal centro e anche dalla sinistra moderata.

Un sostegno che, però, è molto traballante. Quanto alla destra (quella di Salvini e della Meloni) l’appoggio a Conte non c’è e pare non ci sarà mai. I leader del centrodestra richiamano più volte e a gran voce di andare a votare, sanno bene che vincerebbero e vogliono governare con una maggioranza assoluta.

Il termometro delle trattative ieri tendeva ancora sul negativo: si cercava e si cercava in modo quasi spasmodico e forsennato. Appena 48 ore fa c’era più ottimismo, invece la costruzione di una nuova forza omogenea in Senato continua ad essere un miraggio. Così come appare un miraggio la possibilità che Giuseppe Conte si dimetta prima di mercoledì o giovedì, quando ci saranno le comunicazioni con votazione del ministro Bonafede sul bilancio della giustizia. “Non ne ho alcuna intenzione”, continua a rispondere a chi gli suggerisce che la mossa potrebbe rafforzare invece che indebolire la formazione di un suo ipotetico Conte ter. Per il premier resta vero il contrario, almeno per il momento. Magari cambierà idea fra due giorni, se la ricerca non avrà prodotto i suoi frutti. Del resto presentarsi in Senato per la seconda volta in due settimane con il rischio di non ottenere nemmeno una maggioranza relativa e andare addirittura sotto sarebbe chiaramente ancora peggio, se non catastrofico.

Una catastrofe che si vuole a tutti i costi evitare. E allora si (ri)guarda alle fila di Italia Viva. I “distruttori” che hanno buttato giù il governo in poche ore, mettendo in difficoltà M5S e PD, dopo la mancanza di voti di UDC per l’arrivo delle indagini del suo leader Cesa, sono diventati improvvisamente “costruttori”. Si vuole tornare a ragionare con Renzi attorno ad un tavolo. Lo dimostrano le dichiarazioni del ministro Francesco Boccia e del deputato Emilio Carelli.

“Noi ci siamo sempre stati, Renzi lo sa. Possiamo confrontarci in qualsiasi momento, il problema è non farlo con un ricatto, questo non è accettabile”. Così il ministro Boccia ha risposto a Sky Tg24 a chi gli chiedeva se fosse possibile un’apertura al leader di Italia Viva. “Siamo in Parlamento, che è una casa di vetro e dove si può sempre trovare una soluzione” ha aggiunto Boccia sottolineando che però serve da parte di Iv “un passo indietro”. “E io – dice – non vedo passi indietro”.

Emilio Carelli affida le sue parole al Corriere della Sera e dice: “È arrivata l’ora di valutare se sia corretto tenere la porta chiusa a Italia viva. Ritengo logico e saggio sedersi intorno a un tavolo con Italia viva, per cercare un accordo di fine legislatura che porti anche a un rimpasto di governo, che migliori la squadra e inserisca competenze nuove. Molti parlamentari 5 Stelle la pensano come me”. “So di essere in contrasto con le posizioni ufficiali, ma per me la cosa più importante è l’unità di intenti e mi sembra giusto provare a indicare soluzioni”, aggiunge. “In politica a volte anche i contrasti personali devono essere messi da parte. Con il gesto irresponsabile di togliere la fiducia al governo, Renzi ha dimostrato di essere inaffidabile. Io sento di dovergli fare un appello, perché dimostri in qualche modo di essere affidabile, così che il governo possa rimettersi al lavoro per portare avanti i progetti del Recovery plan, che valgono 223 miliardi”, afferma Carelli.

Bruno Tabacci intervistato da la Repubblica spiega: “Ho fatto quello che potevo ma i numeri restano incerti e a questo Paese non serve una maggioranza raccogliticcia. A Conte ho suggerito un gesto di chiarezza: dimettersi per formare un nuovo governo. E se non ci riesce, si va al voto. Per vincere“.

Intanto diventano più flessibili i tempi per la presentazione alla Commissione europea sella versione definitiva del Recovery Plan. La scadenza del 30 aprile, indicata nel regolamento ora all’esame del Parlamento e del Consiglio, per forza di cose deve essere interpretata non in modo tassativo ma come una regola generale che dunque consente le eccezioni. Tanto è vero che nell’ultima versione del regolamento, poco prima di Natale, è stata inserita l’espressione “as rule”, di regola. Cioè, non necessariamente. Questo, fanno notare a Bruxelles, consentirà per esempio a paesi come l’Olanda, dove il 17 marzo si terranno le elezioni politiche generali, di avere il tempo di formare un nuovo governo e di redigere e presentare il proprio piano nazionale di ripresa e resilienza.

Piani dettagliati con traguardi intermedi e obiettivi finali. Quantificazione rigorosa dei miglioramenti da ottenere sui vari indicatori economici. Collegamenti espliciti tra investimenti e riforme, le quali a loro volta devono rispondere alle raccomandazioni specifiche rivolte ai vari Paesi. Sono queste le richieste dell’Unione europea all’Italia e agli altri governi beneficiari dei fondi del Next Generation Eu. A Bruxelles insomma le aspettative sono alte. Quando si parla di ritardi nella messa a punto del Recovery Plan italiano, quel che conta non è solo la tempistica con cui la bozza viene discussa in attesa di essere inviata (al più tardi entro aprile) a Bruxelles; altrettanto decisiva è la qualità di documenti ed allegati. Quindi la crisi politica rischia di far perdere giorni preziosi soprattutto perché i contenuti programmatici, frutto magari della mediazione tra i partiti, devono al più presto prendere la forma tecnica richiesta dalla Commissione.