Sono giorni complicatissimi per il premier Giuseppe Conte alla presa con la ricerca di voti per ottenere la maggioranza assoluta. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per la fiducia, seppur risicata, ottenuta in Parlamento che arriva come un fulmine l’indagine su Lorenzo Cesa. Il segretario dell’Udc si è dimesso, dopo l’avviso di indagine in corso per associazione a delinquere aggravata dalle modalità mafiose nell’indagine della Dda di Catanzaro sulle cosche della ‘ndrangheta.
Nel frattempo si complica anche lo scenario dei 161 senatori da coinvolgere entro mercoledì 27 gennaio, quando si voterà la relazione sullo stato della Giustizia del ministro Alfonso Bonafede. Conte teme che se crolla l’Udc, si indebolisce la speranza di salvare Bonafede dal voto dell’Aula. Certo, ci potrebbe essere l’aiuto di qualche renziano a disagio in Italia viva, con cui si tratta incessantemente. Ma i numeri non ci sono ancora, mancano almeno due voti da strappare all’opposizione (o quattro astensioni) per poter dormire sonni tranquilli. Cesa non è l’unico problema di Conte e della sua squadra. Gli aspiranti costruttori, centristi, azzurri o renziani che siano, si affacciano e si ritraggono, perché non sono convinti che il governo possa portarli fino alla fine della legislatura.
Torna dunque in primo piano l’ipotesi di un voto anticipato. Le urne sono una possibilità alla quale si stanno preparando i cinquestelle che non accetterebbero un premier diverso da Conte. “Il presidente Conte sta facendo un lavoro egregio e ha tutto il nostro sostegno”, ha detto al Corriere della Sera il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, precisando che “non spetta a me stabilire quale sarebbe il percorso, ma credo che si andrebbe al voto: uno scenario che non auguro per il Paese in un momento così delicato, in cui dobbiamo gestire la pandemia e le risorse del Recovery”.
Anche per il centrodestra non ci sarebbe altra strada che elezioni visto che “non c’è nessuno spazio per un governo di unità nazionale -ha affermato al Messaggero il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani -. Sono loro che hanno escluso ogni possibilità di questo tipo quindi è un’ipotesi che non è sul tavolo”.
Dalle colonne de La Verità parla il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: “Renzi – afferma – si è ritirato dal governo che lui stesso si era vantato di aver fatto nascere un anno fa. Ha aperto una crisi politica ma fin qui non ha potuto o voluto andare fino in fondo. Se al Senato Italia viva avesse votato no alla fiducia, il governo Conte non esisterebbe più. Credo che questa crisi sia davvero pericolosa e vada risolta molto in fretta o con un governo di segno diverso oppure con le elezioni, secondo ciò che il presidente della Repubblica riterrà più opportuno”. E poi aggiunge che “l’Italia non può permettersi la paralisi. Il piano di vaccinazione di massa di Arcuri non decolla, l’economia va sempre peggio e siamo in ritardo con il Recovery plan. Renzi, che dice spesso cose giuste, ha ancora l’occasione, fin dai prossimi passaggi parlamentari, di trarne le conseguenze”. Inoltre, Berlusconi ribadisce che Forza Italia non supporterà mai il governo Conte che “è espressione di forze politiche incompatibili con noi e del resto non ha ottenuto risultati soddisfacenti”. Il leader di FI accoglie “con stupore” il cambio di casacca di 3 parlamentari di FI nel momento decisivo.
Per Renato Brunetta di Forza Italia “serve con urgenza un patto di riconciliazione nazionale”, bipartisan, un Piano in “100 giorni” per il bene del Paese. “Di fronte ad un piano di 100 giorni per salvare l’Italia io, di centrodestra, per il bene del Paese, ci penserei due volte prima di dire di no – osserva – poi vedremo con quali formule possibili di corresponsabilizzazione: l’intendenza seguirà. Una cosa è certa: senza un colpo d’ala, da parte di chi governa, e senza il coraggio, da parte di chi è all’opposizione, la politica resterà prigioniera, in attesa dell’inciampo, dello scivolone parlamentare, dell’incidente. Verrà travolta, tutta. E morirà di impotenza, di occasioni mancate, portandosi dietro la rovina del Paese”.
Intanto sale il nervosismo in Europa, a Bruxelles e Francoforte, per la crisi italiana e le sue possibili ricadute sul Recovery Plan. Ma anche sulla qualità del programma di ricostruzione post pandemia. E il motivo l’ha ricordato ieri il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, nel giorno in cui la bozza italiana del Recovery è stata trasmessa a Bruxelles, prima di un confronto in Parlamento e con le parti sociali che lo modificherà ulteriormente. Per Bruxelles è chiaro sin d’ora che servirà uno sforzo aggiuntivo per rendere il piano più in sintonia con gli obiettivi definiti dalla stessa Commissione. Gentiloni ha detto espressamente che le Raccomandazioni 2019, assieme a quelle 2020 plasmate però dalla crisi Covid, sono al centro dei criteri di valutazione comunitari sui Recovery Plan nazionali. Il problema di oggi non sono i numeri, complicati, di finanza pubblica: “All’indomani della pandemia dovremo riflettere sull’eredità dei debiti pubblici alti e tornare a politiche di bilancio più prudenti – ha spiegato Gentiloni nel suo intervento al B20 Italy 2021 organizzato da Confindustria per ragionare sui programmi di rilancio post-epidemia -, ma ancora non ci siamo, non mentre le nostre economie sono ben al di sotto della loro piena capacità e mentre ogni giorno in Europa perdiamo circa 2mila cittadini a causa del Covid”. Sull’aderenza ai suggerimenti e alle priorità di Bruxelles, Gentiloni ha promesso una stretta vigilanza: la Commissione Ue “sarà guardiana del fatto che questa opportunità non venga sprecata”.
Il ministro Gualtieri ha sottolineato “l’importanza di continuare a seguire politiche fiscali e monetarie espansive fino a quando non saremo tornati su un sentiero consolidato di crescita”. Ieri aveva spiegato che il nuovo scostamento da 32 miliardi serve per “un nuovo pacchetto di aiuti” che attutisca l’impatto delle misure anti-Covid, che potrebbero protrarsi “anche in primavera”. Conte incontra oggi i sindacati e lunedì le imprese, con l’obiettivo di affinare il Recovery plan coinvolgendo le parti sociali e gli enti locali.
E intanto in tarda serata ieri il premier ha nominato un responsabile ai Servizi Segreti. Si tratta di Piero Benassi, attuale consigliere diplomatico del premier e sherpa del G20, nominato sottosegretario con delega ai Servizi. Il premier ha convocato un Cdm a sorpresa nella notte per fare questa nomina. Una scelta che può essere considerata un passo in avanti nella direzione di Matteo Renzi, che più volte ha sostenuto la necessità di delegare qualcuno ai Servizi.
Bisognerà capire come verrà interpretata questa scelta all’interno della crisi di governo e delle sue possibili soluzioni. La decisione di Conte potrebbe essere interpretata come un primo passo verso il tentativo di ricomporre la sua maggioranza sfaldatasi all’indomani delle dimissioni delle ministre di Italia Viva.










