Si chiama Umberto Carriera, ha 31 anni ed è titolare di sei ristoranti a Pesaro. È stato il primo, il 26 ottobre scorso, a disobbedire alla valanga di dpcm che si susseguivano ininterrotti tra una diretta tv ed un’altra del premier, e a sfidare le autorità che gli comminavano sanzioni.

Negazionismo? Complottismo? “Nulla di tutto ciò! Io la chiamo disobbedienza civile, un modo per lavorare! – ci dice Carriera al telefono -. Era necessario farlo perché non possiamo permetterci di non lavorare. Nessuno può farlo!”. “Alla già pesante situazione nazionale – continua Umberto -, si sono aggiunte anche le misure del sindaco di Pesaro Ricci, che ha dato ulteriori 15 giorni di chiusura dei locali per timore di contagio”.

Ed è così che Umberto si è rimboccato le maniche, ha aperto le serrande dei suoi ristoranti e ha deciso di andare contro le regole, “non per il piacere di farlo”. Si è unito ad altri ristoratori che gli hanno dato solidarietà e si è fatto promotore dell’iniziativa “#IoApro”: i partecipanti dicono che l’emergenza economica è almeno pari a quella sanitaria e che non ce la fanno più a reggere, così insieme hanno stilato un “dpcm autonomo” nel quale elencano le misure di sicurezza sanitaria a cui si atterranno, ma che gli garantiscano comunque l’apertura e la possibilità di lavorare normalmente. A partire dal 15 di gennaio, la data in cui scadrà l’attuale dpcm, alzeranno definitivamente le saracinesche. Per loro e per i clienti che si recheranno nei locali hanno previsto anche una tutela legale per fare ricorso nel caso in cui le forze dell’ordine li sanzionino.

La campagna #IoApro sta prendendo piede rapidamente in queste ore. L’iniziativa sta arrivando in Emilia (Reggio, Modena, Bolgona, Parma), poi anche Cesena, Pesaro, Ancona, Pescara, Arezzo, Firenze, Livorno, Viareggio, Perugia, Genova e Milano. In ciascuna di queste città si sono già superate le 100 adesioni di ristoranti, a cui se ne stanno aggiungendo altri. Sarebbero già 50mila i ristoratori che apriranno in tutta Italia, sia a pranzo che a cena. Il loro desiderio, sempre, poter lavorare.