Ci sarebbero le big tech dietro l’organizzazione della cerimonia di insediamento di Joe Biden, il presidente eletto degli Stati Uniti d’America. A riverlarlo è il New York Times che, in un lungo articolo, ha svelato alcuni dei nomi che hanno sborsato soldi per “investire” su Biden. Tra questi ci sono le principali società tecnologiche come Google e Microsoft, così come i giganti delle telecomunicazioni come Comcast e Verizon.
Sono solo alcuni nomi tra le quasi 1.000 persone e gruppi che hanno donato almeno $200 al comitato che organizza l’insediamento del presidente eletto. La lista dei donatori, pubblicata sabato sera dal comitato, era piena per lo più di singoli donatori. I loro importi effettivi non potranno essere noti fino a 90 giorni dopo l’inaugurazione, quando la commissione sarà tenuta per legge a rivelare nomi e importi di tutte le donazioni superiori a $200. Non ci sono limitazioni legali su quanto un soggetto può donare, ma il comitato del signor Biden ha limitato volontariamente i contributi dei singoli a $500.000 e delle società a $1 milione.
Mancano molte delle principali società che tradizionalmente danno grandi contributi agli eventi di inaugurazione. Alcuni hanno spiegato che non doneranno dato che l’evento sarà in gran parte virtuale a causa della pandemia. Altri hanno affermato, invece, che stanno concentrando le loro donazioni per aiutare le persone colpite dalla recessione economica causata dal coronavirus.
Anche le aziende sanitarie sono in primo piano nell’elenco, tra cui Anthem Inc., il gigante dell’assicurazione sanitaria, MedPoint Management, che fornisce servizi di gestione a gruppi di medici, e Masimo Corporation, un produttore di dispositivi elettronici di monitoraggio dei pazienti. Il team di Biden ha vietato donazioni da parte delle industrie del petrolio, del gas e del carbone e dei lobbisti registrati.
Secondo il New York Times, inoltre, un portavoce dell’inaugurazione si sarebbe rifiutato categoricamente di svelare l’importo totale raccolto. Sempre secondo il quotidiano è evidente che “lo sforzo di raccolta fondi impallidisca rispetto al record di $107 milioni raccolto quattro anni fa da Trump per la sua inaugurazione”.
Nella lista anche Qualcomm, una società di software con sede in California, e Charter Communications, una compagnia di cavi. Per José Castañeda, portavoce di Google, la compagnia è stata inclusa nella lista “perché ha fornito gratuitamente protezioni di sicurezza online al comitato inaugurale”.
Non è un caso che le maggiori industrie di tecnologia e telecomunicazioni si siano ben posizionate nella regia dell’evento, supportando e rappresentando una delle principali fonti di denaro per la campagna presidenziale del nuovo presidente degli Stati Uniti. I rapporti tra queste società e Trump si sono incrinati da diverso tempo e non sono segreti i ripetuti j’accuse del presidente in carica contro media e big tech, accusati apertamente di essere di parte, di non coprire la presunta corruzione del rivale Joe Biden e di veicolare diverse fake news.
L’ultima delle vicende riguarda proprio la chiusura dell’account Twitter di Trump per il “rischio – scrivono dal social network – che inciti ulteriormente la violenza” dopo i fatti di Capitol Hill. Immediata la risposta del tycoon, in un comunicato stampa: “Lo avevo previsto. Nel sospendere il mio account vogliono mettermi a tacere, vogliono mettere a tacere voi e i 75 milioni di grandi patrioti che hanno votato per me”. Poi assicura: “non ci metteranno a tacere. Stiamo trattando con vari altri siti e a breve avremo un grande annuncio, nel frattempo stiamo valutando la possibilità di costruire una nostra piattaforma”.










