La pandemia ci ha costretto a restare a casa, ha obbligato molti lavoratori allo smart working e la maggior parte degli studenti a seguire le lezioni online tramite la cosiddetta DAD, la didattica a distanza. Se è vero che in più occasioni ci siamo domandati cosa sarebbe accaduto se il Covid-19 fosse arrivato anche solo vent’anni fa, senza tutte le tecnologie odierne, è altrettanto vero che con l’andamento attuale dovremo prestare sempre più attenzione a quello che ci attende in futuro.

Sono già diverse le ricerche che ad oggi ci indicano stime drammatiche sulla perdita di capitale umano che si avrà nei prossimi anni: un recente studio statunitense della Brown University, ad esempio, ha stimato questa perdita confrontando la discontinuità dovuta alla pandemia e altri scenari simili come le cadute di apprendimento legate, ad esempio, alle vacanze estive. La perdita stimata nell’apprendimento è di circa 32-37% per la lettura e del 50-63% per la matematica, rispetto ad un anno scolastico normale. Numeri importanti che però, grazie alla didattica a distanza, sono riusciti a non peggiorare drammaticamente. Il dato diventa ancora più determinante se pensiamo che non tutti gli studenti hanno potuto godere della DAD. Una democratizzazione al contrario, che ha cause remote in un’Italia poco connessa e molto frastagliata.

Lo testimoniano anche i dati dell’ultimo rapporto annuale Censis: il 28,5% delle scuole italiane ha escluso tra il 2 e il 5% degli studenti e ben il 18% delle scuole ne ha escluso più del 10%. Tra le cause l’inaccesso alla rete per questioni di tipo socio-geografico, oppure la mancanza degli strumenti digitali, dei device che permettono di seguire le lezioni, questo soprattutto per chi ha difficoltà economiche importanti. Secondo l’Istat un minore su otto, il 12,3% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e il 57% lo deve condividere con la famiglia (dati 2018-2019). Nel Mezzogiorno un minore su 5 (il 19%). Un contesto che non permette di accelerare le competenze digitali di questi ragazzi (solo 3 ragazzi su 10 possiedono competenze digitali elevate). Stiamo parlando di capitale umano che nei prossimi anni e decenni sarà importantissimo. Nel piano operativo italiano per la Strategia Nazionale per le Competenze Digitali, quello dello sviluppo di competenze digitali è tra le principali linee di intervento (da qui al 2025): ai primi posti per porvi rimedio la digitalizzazione infrastrutturale del sistema scolastico e il rafforzamento dei percorsi di orientamento degli studenti alla formazione ICT.

Altri dati, quelli forse più impetuosi, arrivano dall’indagine “I giovani ai tempi del Coronavirus”, commissionata da Save the Children a Ipsos, che lancia l’allarme sugli adolescenti italiani e sul loro annichilimento scolastico. Molti, oltre 34 mila, stanno addirittura interrompendo gli studi, dopo mesi di didattica a distanza problematica, per mancanza di strumenti informatici e di spazi adeguati. Il dato più preoccupante è senza dubbio quello sull’abbandono. La stima è stata fatta sulla base delle affermazioni del 28% degli studenti che dichiara come almeno un compagno di classe dal lockdown di primavera ad oggi avrebbe smesso di frequentare le lezioni. Secondo gli intervistati, tra le cause principali delle assenze dalla Dad vi è la difficoltà delle connessioni e la fatica a concentrarsi su uno schermo. Inevitabile che più di uno su tre (35%) si senta più impreparato di quando andava a scuola in presenza e il 35% quest’anno deve recuperare più materie. Dicono di sentirsi stanchi (31%), incerti (17%), preoccupati (17%), irritabili (16%), ansiosi (15%), disorientati (14%), nervosi (14%), apatici (13%), scoraggiati (13%), in un caleidoscopio di sensazioni negative di cui parlano prevalentemente con la famiglia (59%) e gli amici (38%), ma che molti si tengono dentro (22%). Dati che indicano il dilagare di una “pandemia educativa e scolastica”, oltre che sanitaria, che il Paese non potrà trascurare nei prossimi mesi e anni.